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Da molto tempo Borghfolp Zurp stava bene solo seduto sotto una grande quercia, quella bella quercia che domina la radura dalla collinetta di Ptohrf. Ascoltava lo stormire allegro delle fronde che a volte gli pareva una risata, a volte un sussurro dolce che lo chiamasse. In certi giorni invece un brontolio malinconico, un racconto triste, una confidenza balbettata appena. E immaginava le radici possenti affondate nella terra a cercare, si incantava a guardare i rami protesi nel cielo e le fronde che si nutrivano di sole e aria. Toccava le ferite sulla corteccia, fino a dolersene. A volte le carezzava piangendo, specie di notte, quando immaginava che la quercia dormisse. Se l’albero mormorava triste, l’ascoltava in silenzio, quasi spaventato di intenderne rimproveri per lui. Nei giorni freddi si accostava vicino vicino come a scaldarla, e quando le fronde erano allegre Borghfolp se ne stava sotto a cantare e disegnare, o leggeva a voce alta storie per lei e poesie che inventava. Gli abitanti del villaggio degli elfi lo deridevano considerandolo un po’ matto, e presero a chiamarlo Quercelfo, ma a lui non importava molto. Era diventato come una delle tante creature la cui vita passava per l’albero, e che ormai conosceva: ragni, merli, insetti colorati, strane farfalle, scoiattoli, ghiandaie gracchianti, pipistrelli… Non poteva stare lontano da quella pianta; vederla al tramonto stagliarsi nel colore, o fradicia di pioggia, o lucente di sole nei giorni estivi, gli riempiva il cuore di qualcosa. Una strana inquietudine che non aveva mai provatosi era fatta strada in lui. E qualche volta si trovò a piangere, quando i rami sembravano piegati, e tutto era silenzio nella nebbia.
Quercelfo trasalì. “Ma tu parli! Sei un topo magico!” Il topo si fece una grassa risata. “No, non sono molto magico, amico…” “Ma posso sentirti!” “Già, direi di sì!” “Perché sei magico?” “No, perché mi ascolti…” Quercelfo non sembrava molto convinto. Il topo si voltò a guardare la quercia. “Anche lei ascolti. Ti osservo da un po’ di tempo, sai? Dovresti entrarci…” “Entrarci?” esclamò Quercelfo, mentre il cuore gli faceva un tuffo che non sapeva spiegarsi. “Vuoi dire che per magia mi farai diventare piccolo come te per infilarmi in quel buco?” “No, no… non posso rimpiccolirti, e non serve. Dico entrarci, così come sei”. “Ehi, mi prendi in giro, topo? Non sembra cava in nessun punto, posso dire di conoscerla bene ormai”. “Più che conoscerla, direi…” “Che vuoi dire, topo?” Il topo sorrise. “Difficile spiegartelo. Dovresti entrare. C’è un mondo, un intero universo là dentro. Il tuo”. Quercelfo si sarebbe spazientito. Ma era sotto la sua quercia a parlare con un topo arboricolo, e le fronde stormivano appena come aspettassero, e il mondo sembrava trattenere il respiro; e c’era tanta allegria che si poteva toccarla. “Benedetto topo, se non sei magico come cavolo faccio a entrare in un albero di legno pieno, che diamine!?” “Benedetto zuccone”, rispose il topo, “sei tu che sei magico. Puoi entrare nell’albero, perché siete fatti della stessa materia”. Quercelfo lo guardò stupito, stringendosi la pancia morbida con una mano. “Legno…?”, chiese timidamente. Il topo rise, scuotendo la testa. Poi gli fece cenno di accostarsi e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Quindi gli indicò il tronco. E Quercelfo, col cuore che gli batteva forte, vi si avvicinò. Ed entrò.
Il topo alzò le spalle, guardando la quercia che non era mai stata così maestosa e fiera. “Prego. Ci voleva tanto?”, disse. Poi riprese con un sospiro a raccogliere ghiande cadute, che parevano più belle.
“Zuccone, non sono magico,
lo siete voi”. |